lunedì 16 aprile 2012

«Crimine? Sbaglia chi la definisce sentenza epocale».



Il procuratore Macrì:
"(...) non è una rivoluzione del modi di intendere la ndrangheta (...)"





Alcuni riferimenti di metodo e l'importanza del processo "Meta" a Reggio Calabria: il cameriere dello Stretto di Chiappe d'Oro e gli affari mafiosi della sua cricca.


Intellettuali Laureati Precari


10 marzo 2012 

Consolato Minniti, Calabria Ora 



REGGIO CALABRIA «Come tutte le sentenze contro le cosche, “Crimine” ha una valenza assai positiva. Ma questo è ben altra cosa dal poterla definire una sentenza epocale». Non usa giri di parole il procuratore generale di Ancona, Vincenzo Macrì, già procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Lui, con un passato a Reggio Calabria che parla di lotta alla ndrangheta fatta di risultati concreti, non si tira indietro quando gli viene chiesto un parere sulla decisione del gup Giuseppe Minutoli. Procuratore Macrì, cosa racconta il dispositivo emesso dal gup Minutoli? «Racconta che l’inchiesta “Crimine” individua l’organigramma delle cosche, così come sono strutturate dentro e fuori le locali, ma pensare che abbia apportato qualche elemento rivoluzionario nel modo d’intendere la ndrangheta mi sembra quanto meno azzardato. È per questo che condivido pienamente la chiave di lettura che Calabria Ora ha dato al dispositivo emesso giovedì. Bisogna rimarcare che in questa inchiesta non vi è traccia di reati fine, ma s’indaga solo su un 416 bis secco che mette in luce le gerarchie locali dei clan. Non mi pare si tratti di una sentenza risolutiva nel modo d’intendere la ndrangheta moderna. Non a caso, condivido il riferimento fatto all’inchiesta “Montalto”, che ha aperto un nuovo modo di fare processi. Ecco, “Il Crimine” possiamo dire che è la chiusura del cerchio di quella modalità tradizionale di processare la ndrangheta fatta di cariche e frequentazioni».

Perché secondo lei qual è l’altra ndrangheta? «È quella che si occupa del traffico di droga, dell’aggiudicazione degli appalti e dell’infiltrazione all’interno delle istituzioni. In “Crimine” tutto ciò non si vede, questa criminalità non è contemplata e si tratta di un limite evidente. Per questo ho detto che chi parla di sentenza epocale si sbaglia di grosso. Sono altre le sentenze che hanno scritto la storia della ’ndrangheta…». Per esempio? «Gliene indico una: Olimpia. Da lì sono partite altre indagini corollario che hanno permesso di scoprire come fosse organizzata la criminalità nel periodo della seconda guerra di ’ndrangheta. Da Olimpia sono nati altri processi come Tirreno e Valanidi. Quelle furono sentenze epocali, con l’irrogazione di ergastoli e pene pesantissime per omicidi ed altri gravi reati e che misero in luce le complicità con le istituzioni e la politica». Procuratore, se le dico ndrangheta unitaria e verticistica, lei cosa mi risponde? «Le rispondo che l’unitarietà della ndrangheta l’abbiamo sostenuta sempre tutti, ma tenendo presente l’autonomia delle singole cosche sul loro territorio di competenza, sotto il profilo operativo, che non è da confondere con il piano formale. Ha presente un’azienda? Esiste il presidente onorario e l’amministrazione delegato. Ecco: Oppedisano può al più essere definito il presidente onorario che, però, non ha alcun ruolo operativo. Ma l’amministratore delegato – che prende le decisioni – è ben altra cosa. Insomma, tenga presente che parliamo da 30 anni di unitarietà delle ndrine. Anche a Montalto si affermava proprio questo. Il problema è che si è forse pensato di esportare il modello siciliano che risulta già superato da tempo.




Vincenzo Macrì, magistrato


Quello dipinto nella Palermo degli anni ’80 è una realtà di quell’epoca, ma che non ha riscontri nella Calabria di oggi». Rimane l’aspetto verticistico da verificare. «Intanto non possiamo parlare di cupola, così come in Sicilia. C’è un organo di vertice, ma anche qui ha pura valenza formale. Quei ruoli che abbiamo visto servivano solo da collante storico e d’identità comune. Diciamoci la verità: se c’è un affare importante da concludere nessuno andrà a chiedere l’opinione di Oppedisano». E dunque “Crimine” cosa ci lascia in eredità? «Ci lascia una ndrangheta a cui non viene riconosciuta l’associazione armata e la trasnazionalità e che dunque è molto lontana da quella ndrangheta che invece noi conosciamo perfettamente. La realtà è ben diversa. Mentre qui si ha solo una dimensione riduttiva del fenomeno, che viene trattato nella sua particolare proiezione calabrese e lombarda». Insomma, volendo sintetizzare, si è fatto oppure no questo salto di qualità nei processi alle ndrine? «Questa sentenza un salto di qualità? No, non me la sento proprio di dire una cosa simile. È di certo una pronuncia importante, ma che non ha nulla di epocale».

In “Meta” il presente e il futuro dei padrini calabresi

REGGIO CALABRIA – Appare ormai evidente come tra gli addetti ai lavori esistano due scuole di pensiero: la prima vorrebbe l’operazione “Il Crimine” quale inchiesta madre di tutte le altre sulla ndrangheta e le sue ramificazioni; l’altra identifica nell’indagine “Meta” il vero punto di snodo degli affari della criminalità organizzata e delle sue cointeressenze con vasti strati della società. A noi non piace aderire all’una o all’altra per partito preso, semplicemente perché riteniamo che sarebbe comunque riduttivo pensare che queste due indagini siano tra loro slegate e senza punti in comune. Ma un dato è certo: se c’è un’inchiesta che va a toccare il vero gotha della ’ndrangheta di Reggio Calabria, questa è sicuramente quella condotta dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo. Sembra ormai chiaro, infatti, che la differenza sostanziale tra le due operazioni sfociate poi in processi, sta proprio nell’impostazione di fondo. “Meta” riconosce a diversi imputati non solo il reato di associazione mafiosa, ma anche altri reati fine che dimostrano in modo concreto la pervasività della ndrangheta. “Crimine”, come giustamente sostenuto dal procuratore Macrì, riconosce solo l’accusa di 416 bis. Che, ovviamente, serve soprattutto a delineare quelli che sono gli organigrammi dell’onorata società. Ma da qualche anno a questa parte ci hanno insegnato che se la ndrangheta è diventata la mafia più potente al mondo, questo è da ascrivere ovviamente alla circostanza secondo la quale la stessa organizzazione mafiosa ha saputo mutare pelle rispetto al passato. Tutte le inchieste di un certo peso hanno documentato come le ndrine abbiano abbandonato coppola e fucile per vestire in giacca e cravatta e sedere nelle sedi più “esclusive” dei salotti importanti. Entrare all’interno della stanza dei bottoni è qualcosa che ha fatto da sempre gola alla ndrangheta. E come vi è riuscita? Infiltrandosi ovunque: dalla politica ai professionisti, passando per pezzi dello Stato. Di tutto questo in “Crimine” vi è traccia in modo quasi impercettibile, cosa che invece non accade con “Meta”, dove sono ben evidenti gli intrecci politico-affaristico- criminali. Ed ancora un dato non deve sfuggire: l’indagine condotta da Lombardo ha toccato le tradizionali famiglie più potenti della città di Reggio Calabria: Condello, Tegano e De Stefano. E senza andare troppo lontano, si è anche visto il legame esistente con gli Alvaro, storica famiglia plenipotenziaria della Piana e garante della pax mafiosa dopo la seconda guerra di ’ndrangheta. Insomma, ce n’è quanto basta per poter dire che di certo entrambe le operazioni offrono uno spaccato importante della criminalità organizzata calabrese, ma mentre “Crimine” cristallizza i vecchi rituali, “Meta” racconta presente e futuro dei padrini calabresi.