lunedì 16 aprile 2012

Il Giudice di Why Not… non di Berlino



Il Giudice di Why Not… non di Berlino



16 aprile 2012


Si dovrà giudicare se un boss, oramai morto, ha tentato di estorcere ben 2mila euro per un parco eolico di 90 milioni alla povera vittima Montorsi che tangenti e pizzo non ne paga mai, mai, mai... Neanche se venissero fuori gli audio MP3. 
Perchè, secondo la Procura di Catanzaro, è Strumbo il mafioso. Crediamoci ed aspettiamo.

Intellettuali Laureati Precari


Il Giudice di Why Not… non di Berlino

da Il Fatto Quotidiano

di Luigi De Magistris | 21 ottobre 2010


Quando spazzarono via i tre coraggiosi magistrati di Salerno – li ricordate Dionigio Verasani,Gabriella Nuzzi e Luigi Apicella? – capii che la Nuova P2, oggi P3, in realtà sempre gli stessi, aveva avuto il sopravvento nel giudiziario. Nel descrivere alla Procura di Salerno le pesanti collusioni di non pochi magistrati del distretto di Catanzaro parlai anche del magistrato Abigail Mellace, il giudice estensore di quella parte del processo Why Not per il quale vi è stato il giudizio cd. abbreviato. In realtà il procedimento Why Not dopo che mi è stato sottratto illegalmente è diventato altra cosa. Non entro nel merito della decisione del Giudice in questa sede – che a onor del vero fa acqua da tutte le parti e pecca anche per mancanza di equilibrio e serenità, oltre che di astio sospetto e inutile sproloquio – se non per premettere che non è il procedimento da me originariamente diretto, con risultati molto positivi, ma quella parte ricostruita da altri magistrati. Pertanto è falso imputarmi l’esito di quel procedimento. Se si sottrae a un architetto il progetto per la realizzazione di un’abitazione, poi non possiamo prendercela con lui se la casa è il risultato del lavoro di un altro architetto. Prima tolgono di mezzo i magistrati, scegliendo quelli che “vanno bene“, e poi se la prendono con gli estromessi. Una porcata piduista. Un po’ come gli arbitri di calciopoli.

Queste poche righe le scrivo non per rispondere alle panzane di Mastella che continua a sostenere che nei suoi confronti non c’era nulla e che mi sarei inventato l’indagine. Mastella è bugiardo. Pubblicherò sul blog gli atti riguardanti la sua posizione – ovviamente non coperti da segreto – così anche il popolo, in nome del quale è amministrata la giustizia, si renderà conto del perché l’allora ministro della Giustizia era così interessato e solerte nel volere il mio trasferimento. Aveva paura che potessi ricostruire i reati che stavano emergendo. E’ bene cominciare a rendere pubblici gli atti delle inchieste. Lo stesso giudice Mellace – il cui nominativo emerge negli atti delle indagini della Procura di Salerno – non appare certo come la persona più idonea per espletare quel processo. E anzi la sua incompatibilità con la sede di Catanzaro è manifesta da tempo. Ma il Csm non ha visto, anzi ha fatto sinora finta di non vedere.

Qualche notizia si può già dare per comprendere come parte della giurisdizione a Catanzaro sia domestica e addomesticata (dalla borghesia mafiosa ovviamente): il marito del Giudice Mellace, l’imprenditore Mottola D’Amato fu coinvolto in un’indagine, da me diretta (ecco una parte dell’astio della Mellace nei miei confronti) che condusse all’arresto per reati gravissimi (corruzione e altro) dei vertici della principale azienda ospedaliera di Catanzaro; arresti confermati e indagine solidissima sino a quando non sono intervenuti i professionisti degli aggiustamenti processuali. Il Mottola D’Amato era aggiudicatario di commesse di lavanderia industriale e secondo la ricostruzione del Nas dei Carabinieri usava lavare la biancheria ospedaliera insieme alle tovaglie dei ristoranti esponendo la salute pubblica a grave pericolo. I reati erano gravi, richiesi anche la misura cautelare nei suoi confronti per fatti incontestabili, come ricostruito anche dai Carabinieri, ma il Gip dr.ssa Marchianò (la collega della porta accanto della moglie, la dr.ssa Mellace) la rigettò confermando i gravi indizi ma negando le esigenze cautelari. Dagli atti emergevano anche rapporti che collegavano i mariti dei due magistrati. Il Gip che rigettò la richiesta di misura cautelare è molto legata a salotti e colletti bianchi di Catanzaro. Anche il suo nome compare più volte negli atti delle indagini della Procura di Salerno. Tutto (a)normale a Catanzaro.

Durante l’udienza preliminare nei confronti dell’imputato Mottola D’Amato lo stesso ogni tanto si allontanava e si recava nella stanza della moglie nella porta accanto. Un bel quadretto:giurisdizione domestica, appunto. Negli atti dell’inchiesta Why Not compare il nominativo dellaImpremed, la società del marito. Il padre della Mellace, già coinvolto in indagini di bancarotta, è stato anche imputato e, per quanto riferitomi, addirittura condannato in primo grado, per violenza sessuale. Avete capito bene, violenza sessuale. Difeso da chi?? Indovinate amiche e amici della rete. L’onnipresente studio legale Pittelli. Proprio lui, il penalista di ‘ndrangheta e colletti bianchi, parlamentare del Pdl, massone, corrente Dell’Utri, molto amico di taluni magistrati – soprattutto calabresi – imputato, in concorso con altri politici e magistrati, innanzi al Gup del Tribunale di Salerno, per corruzione in atti giudiziari con riguardo all’illegale sottrazione proprio delle inchieste Poseidone e Why Not… poi confluite in mani più sicure. Uno zio della Mellace, mi riferirono i miei collaboratori dell’epoca della polizia giudiziaria, fu anche vittima di un omicidio. Insommacontesti torbidi, un magistrato con qualche piccolo conflitto d’interesse. Poca roba rispetto al Presidente del Consiglio, ma comunque abbastanza per indignarsi in chi crede in una giustizia uguale per tutti. A Catanzaro merce rara l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Ma noi non molliamo!

Questo Giudice – di quel che restava di Why Not e non certo giudice a Berlino – è ancora lì, ben saldo alla sua poltrona per continuare nella sua personale giurisdizione dell’ingiustizia. In buona compagnia, ovviamente. Di chi? Penso al Procuratore Aggiunto Murone e al Procuratore GeneraleDolcino Favi, imputati per la sottrazione delle inchieste prima citate. Al Presidente del Tribunale del Riesame dr.ssa Rinardo la quale fa lavorare un figlio con uno dei principali indagati di Why Not e un altro come avvocato anche di ‘ndrangheta innanzi al Tribunale del Riesame da lei presieduto. Al Presidente dell’Ufficio Gip-Gup – la cui sorella era coinvolta nel procedimento Poseidone – il cui marito fa l’avvocato ed è stato anche sub-commissario per l’emergenza ambientale. Al Procuratore della Repubblica dr. Lombardi che mi sottrae l’indagine Poseidone quando invio l’informazione di garanzia a Pittelli mentre il figlio della seconda moglie dello stesso Procuratore era in società con Pittelli e faceva l’avvocato nel suo studio. Ma di che parliamo!! Viene da vomitare per chi, come me, ha sacrificato la propria vita, con amore e passione, per il mestiere di magistrato.

Potrei continuare ancora per molto a raccontare questo incubo giudiziario che fa rabbrividire il povero cittadino che vuole credere nella giustizia, ma mi fermo qui, per ora, mentre nei prossimi giorni pubblicherò gli atti dei procedimenti la cui chiarezza appare inequivocabile. Eppure quando espletavo indagini per omicidio, traffico di droga, rapine, estorsioni, traffico di esseri umani, violenze sessuali e altro le condanne arrivavano puntuali. Ero un bravo magistrato, sempre in ufficio, preciso, professionale, un esempio mi dicevano. Quando indagavo i colletti bianchi, alcuni dei quali direttamente o indirettamente collegati a taluni magistrati, fioccavano le assoluzioni e i proscioglimenti e si mettevano in moto le denigrazioni più violente e la strategia della tensione tutta interna ad istituzioni deviate. Un cattivo magistrato. Negli ultimi quindici anni si veda chi ha istruito presso la Procura di Catanzaro procedimenti per reati contro la pubblica amministrazione.Nessuno, o quasi… è per questo che dovevo essere allontanato, ero la pecora nera in una giurisdizione molto domestica… con le debite eccezioni, ovviamente, che confermano la regola. Una bufala è anche la storia dei soldi che avrei fatto spendere per i procedimenti Why Not e Poseidone. Nulla di più falso perché, anzi, in proporzione, ne ho fatti recuperare tanti e tanti altri ancora se ne sarebbero recuperati se non mi avessero scippato le indagini come mariuoli di Stato. Ovviamente il Tg1 di Scodinzolini, quale servo del regime e dei poteri forti, amplifica le balle del Giornale e diLibero, dà manforte agli incriccati, ma non ha mai dato la notizia che magistrati e parlamentari sono imputati per corruzione in atti giudiziari proprio per avermi sottratto quelle inchieste e non avermi consentito di condurre a termine il lavoro.

Prima la scippo, poi si giocano la partita da soli, poi chiedono a me il conto dopo che non sono più della partita. Una disonestà intellettuale e un’indecenza morale senza precedenti. La verità è che hanno paura di quello che ho rappresentato da magistrato, del fatto che non ho mai piegato da servitore dello Stato la schiena ai loro luridi interessi e ai compromessi morali, non ho mai fatto valutazioni di opportunità e di opportunismo e che, oggi, faccio politica con onestà e passione. Hanno paura della verità e della giustizia, temono la rivoluzione dei cuori e delle idee. Quella che stiamo portando avanti e che consolideremo sempre di più. Temono di perdere il potere. Lotterò sempre, senza fine, per la Costituzione, per i diritti e per tutti coloro che hanno sete di giustizia.

Alcune considerazioni dell'ex PM De Magistris



Considerazioni dell'ex PM De Magistris


16 aprile 2012




Magistrati registrati a papponare e mai arrestati, le considerazioni dell'ex PM De Magistris: 

"Qualche notizia si può già dare per comprendere come parte della giurisdizione a Catanzaro sia domestica e addomesticata (dalla borghesia mafiosa ovviamente): il marito del Giudice Mellace, l’imprenditore Mottola D’Amato fu coinvolto in un’indagine, da me diretta (ecco una parte dell’astio della Mellace nei miei confronti) che condusse all’arresto per reati gravissimi (corruzione e altro) dei vertici della principale azienda ospedaliera di Catanzaro; arresti confermati e indagine solidissima sino a quando non sono intervenuti i professionisti degli aggiustamenti processuali. Il Mottola D’Amato era aggiudicatario di commesse di lavanderia industriale e secondo la ricostruzione del Nas dei Carabinieri usava lavare la biancheria ospedaliera insieme alle tovaglie dei ristoranti esponendo la salute pubblica a grave pericolo. I reati erano gravi, richiesi anche la misura cautelare nei suoi confronti per fatti incontestabili, come ricostruito anche dai Carabinieri, ma il Gip dr.ssa Marchianò (la collega della porta accanto della moglie, la dr.ssa Mellace) la rigettò confermando i gravi indizi ma negando le esigenze cautelari. Dagli atti emergevano anche rapporti che collegavano i mariti dei due magistrati. Il Gip che rigettò la richiesta di misura cautelare è molto legata a salotti e colletti bianchi di Catanzaro. Anche il suo nome compare più volte negli atti delle indagini della Procura di Salerno. Tutto (a)normale a Catanzaro."



Intellettuali Laureati Precari

«Crimine? Sbaglia chi la definisce sentenza epocale».



Il procuratore Macrì:
"(...) non è una rivoluzione del modi di intendere la ndrangheta (...)"





Alcuni riferimenti di metodo e l'importanza del processo "Meta" a Reggio Calabria: il cameriere dello Stretto di Chiappe d'Oro e gli affari mafiosi della sua cricca.


Intellettuali Laureati Precari


10 marzo 2012 

Consolato Minniti, Calabria Ora 



REGGIO CALABRIA «Come tutte le sentenze contro le cosche, “Crimine” ha una valenza assai positiva. Ma questo è ben altra cosa dal poterla definire una sentenza epocale». Non usa giri di parole il procuratore generale di Ancona, Vincenzo Macrì, già procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia. Lui, con un passato a Reggio Calabria che parla di lotta alla ndrangheta fatta di risultati concreti, non si tira indietro quando gli viene chiesto un parere sulla decisione del gup Giuseppe Minutoli. Procuratore Macrì, cosa racconta il dispositivo emesso dal gup Minutoli? «Racconta che l’inchiesta “Crimine” individua l’organigramma delle cosche, così come sono strutturate dentro e fuori le locali, ma pensare che abbia apportato qualche elemento rivoluzionario nel modo d’intendere la ndrangheta mi sembra quanto meno azzardato. È per questo che condivido pienamente la chiave di lettura che Calabria Ora ha dato al dispositivo emesso giovedì. Bisogna rimarcare che in questa inchiesta non vi è traccia di reati fine, ma s’indaga solo su un 416 bis secco che mette in luce le gerarchie locali dei clan. Non mi pare si tratti di una sentenza risolutiva nel modo d’intendere la ndrangheta moderna. Non a caso, condivido il riferimento fatto all’inchiesta “Montalto”, che ha aperto un nuovo modo di fare processi. Ecco, “Il Crimine” possiamo dire che è la chiusura del cerchio di quella modalità tradizionale di processare la ndrangheta fatta di cariche e frequentazioni».

Perché secondo lei qual è l’altra ndrangheta? «È quella che si occupa del traffico di droga, dell’aggiudicazione degli appalti e dell’infiltrazione all’interno delle istituzioni. In “Crimine” tutto ciò non si vede, questa criminalità non è contemplata e si tratta di un limite evidente. Per questo ho detto che chi parla di sentenza epocale si sbaglia di grosso. Sono altre le sentenze che hanno scritto la storia della ’ndrangheta…». Per esempio? «Gliene indico una: Olimpia. Da lì sono partite altre indagini corollario che hanno permesso di scoprire come fosse organizzata la criminalità nel periodo della seconda guerra di ’ndrangheta. Da Olimpia sono nati altri processi come Tirreno e Valanidi. Quelle furono sentenze epocali, con l’irrogazione di ergastoli e pene pesantissime per omicidi ed altri gravi reati e che misero in luce le complicità con le istituzioni e la politica». Procuratore, se le dico ndrangheta unitaria e verticistica, lei cosa mi risponde? «Le rispondo che l’unitarietà della ndrangheta l’abbiamo sostenuta sempre tutti, ma tenendo presente l’autonomia delle singole cosche sul loro territorio di competenza, sotto il profilo operativo, che non è da confondere con il piano formale. Ha presente un’azienda? Esiste il presidente onorario e l’amministrazione delegato. Ecco: Oppedisano può al più essere definito il presidente onorario che, però, non ha alcun ruolo operativo. Ma l’amministratore delegato – che prende le decisioni – è ben altra cosa. Insomma, tenga presente che parliamo da 30 anni di unitarietà delle ndrine. Anche a Montalto si affermava proprio questo. Il problema è che si è forse pensato di esportare il modello siciliano che risulta già superato da tempo.




Vincenzo Macrì, magistrato


Quello dipinto nella Palermo degli anni ’80 è una realtà di quell’epoca, ma che non ha riscontri nella Calabria di oggi». Rimane l’aspetto verticistico da verificare. «Intanto non possiamo parlare di cupola, così come in Sicilia. C’è un organo di vertice, ma anche qui ha pura valenza formale. Quei ruoli che abbiamo visto servivano solo da collante storico e d’identità comune. Diciamoci la verità: se c’è un affare importante da concludere nessuno andrà a chiedere l’opinione di Oppedisano». E dunque “Crimine” cosa ci lascia in eredità? «Ci lascia una ndrangheta a cui non viene riconosciuta l’associazione armata e la trasnazionalità e che dunque è molto lontana da quella ndrangheta che invece noi conosciamo perfettamente. La realtà è ben diversa. Mentre qui si ha solo una dimensione riduttiva del fenomeno, che viene trattato nella sua particolare proiezione calabrese e lombarda». Insomma, volendo sintetizzare, si è fatto oppure no questo salto di qualità nei processi alle ndrine? «Questa sentenza un salto di qualità? No, non me la sento proprio di dire una cosa simile. È di certo una pronuncia importante, ma che non ha nulla di epocale».

In “Meta” il presente e il futuro dei padrini calabresi

REGGIO CALABRIA – Appare ormai evidente come tra gli addetti ai lavori esistano due scuole di pensiero: la prima vorrebbe l’operazione “Il Crimine” quale inchiesta madre di tutte le altre sulla ndrangheta e le sue ramificazioni; l’altra identifica nell’indagine “Meta” il vero punto di snodo degli affari della criminalità organizzata e delle sue cointeressenze con vasti strati della società. A noi non piace aderire all’una o all’altra per partito preso, semplicemente perché riteniamo che sarebbe comunque riduttivo pensare che queste due indagini siano tra loro slegate e senza punti in comune. Ma un dato è certo: se c’è un’inchiesta che va a toccare il vero gotha della ’ndrangheta di Reggio Calabria, questa è sicuramente quella condotta dal sostituto procuratore Giuseppe Lombardo. Sembra ormai chiaro, infatti, che la differenza sostanziale tra le due operazioni sfociate poi in processi, sta proprio nell’impostazione di fondo. “Meta” riconosce a diversi imputati non solo il reato di associazione mafiosa, ma anche altri reati fine che dimostrano in modo concreto la pervasività della ndrangheta. “Crimine”, come giustamente sostenuto dal procuratore Macrì, riconosce solo l’accusa di 416 bis. Che, ovviamente, serve soprattutto a delineare quelli che sono gli organigrammi dell’onorata società. Ma da qualche anno a questa parte ci hanno insegnato che se la ndrangheta è diventata la mafia più potente al mondo, questo è da ascrivere ovviamente alla circostanza secondo la quale la stessa organizzazione mafiosa ha saputo mutare pelle rispetto al passato. Tutte le inchieste di un certo peso hanno documentato come le ndrine abbiano abbandonato coppola e fucile per vestire in giacca e cravatta e sedere nelle sedi più “esclusive” dei salotti importanti. Entrare all’interno della stanza dei bottoni è qualcosa che ha fatto da sempre gola alla ndrangheta. E come vi è riuscita? Infiltrandosi ovunque: dalla politica ai professionisti, passando per pezzi dello Stato. Di tutto questo in “Crimine” vi è traccia in modo quasi impercettibile, cosa che invece non accade con “Meta”, dove sono ben evidenti gli intrecci politico-affaristico- criminali. Ed ancora un dato non deve sfuggire: l’indagine condotta da Lombardo ha toccato le tradizionali famiglie più potenti della città di Reggio Calabria: Condello, Tegano e De Stefano. E senza andare troppo lontano, si è anche visto il legame esistente con gli Alvaro, storica famiglia plenipotenziaria della Piana e garante della pax mafiosa dopo la seconda guerra di ’ndrangheta. Insomma, ce n’è quanto basta per poter dire che di certo entrambe le operazioni offrono uno spaccato importante della criminalità organizzata calabrese, ma mentre “Crimine” cristallizza i vecchi rituali, “Meta” racconta presente e futuro dei padrini calabresi.


Magistratura e potere - Corriere della Calabria



Magistratura e potere




http://www.corrieredellacalabria.it/stories/persone/4621_magistratura_e_potere/


IL DOPO-PIGNATONE: anche a Reggio Calabria un Procuratore della Repubblica filo-ndranghetista nominato dalla scuderia di Chiappe d'Oro? 
Le riflessioni del Procuratore Vincenzo Macrì, già Procuratore Aggiunto alla Direzione Nazionale Antimafia.

Intellettuali Laureati Precari

16 aprile 2012 

 di Vincenzo Macrì*

La lettura dei giornali, da qualche settimana a questa parte, riserva ogni giorno sorprese, ovità, analisi, che se aggiungono elementi su elementi alla conoscenza della Calabria (e in particolare della città di Reggio), pongono nuovi interrogativi su ciò che hanno rappresentato gli anni che stanno immediatamente dietro le nostre spalle, sull’evoluzione, o meglio sull’involuzione, del quadro democratico, delle regole dello stato di diritto, della quale siamo stati spettatori. Si legge nell’editoriale di un quotidiano calabrese che: «Il problema è che da un anno la Calabria è "bloccata". La politica è del tutto immobile e anche nel campo dell’economia vince l’idea dell’attesa. Perché? Perché tutti ritengono che la fine dell’era Pignatone comporterà diversi sommovimenti nel potere, in ogni campo. Si riassesterà il potere politico, i rapporti di forza nell’economia, e naturalmente si riorganizzerà la “geografia” della magistratura. Dunque, meglio aspettare per capire dove tira il vento».

Anche se l’analisi non fosse del tutto corretta, la semplice prospettazione di un tale scenario sarebbe da sola sufficiente ad autorizzare inquietanti interrogativi, soprattutto per la specificazione nominativa che egli fa (speriamo solo simbolica). La profonda anomalia della situazione non sfugge al commentatore se, subito dopo, si domanda: "è normale che un avvicendamento al vertice di una procura si presenti come un terremoto nel potere di una regione? È logico che la società calabrese avverta un procuratore come il vertice ultimo del potere reale?".
La risposta è obbligata: no, non è normale e non sarebbe neppure accettabile. Per vari motivi. Il primo è che una situazione siffatta è del tutto inedita nel panorama istituzionale calabrese e direi anche nazionale. Forse solo ai tempi di Tangentopoli si avvertiva qualcosa di paragonabile. Ma in Calabria non si è aperta una nuova stagione di tangentopoli o qualcosa di simile. Il quadro che il giornalista ci espone è un altro: è quello di un blocco di potere forte, che ha governato la Calabria e non a caso accenna al mondo politico e a quello economico, non a quello della criminalità organizzata. Non si riferisce alla normale attività repressiva delle Procure, perché «il problema che si pone oggi è molto diverso. Riguarda i rapporti tra magistratura e potere e dunque riguarda gli assetti della nostra democrazia». 

Adesso è più chiaro. Viene chiamata in causa l’effettività del principio della separazione dei poteri, che è il motore profondo di una democrazia, di un qualunque stato di diritto. Già il contesto politico, quello del decennio scorso, ha visto la radicale modifica dei ruoli di governo e parlamento, con l’occupazione da parte del primo del potere legislativo, con conseguente sovraesposizione di organi di garanzia come Corte costituzionale e Presidenza della Repubblica, nel compito di esercitare quella funzione di controllo alla quale il parlamento aveva abdicato. Adesso si aggiungerebbe, secondo l’analisi riportata, un’ulteriore distorsione della separazione dei poteri, laddove il “potere giudiziario” verrebbe a far parte, ovvero sarebbe ritenuto far parte, del sistema di potere politico ed economico di un’intera regione e con funzioni non subordinate alla politica, perché, si legge ancora, «la politica si è arresa al potere dei giudici».

Pur non condividendo del tutto quest’ultimo passaggio (anche se il silenzio sepolcrale che proviene dal mondo politico parrebbe accreditare una resa tanto indecorosa), non si può non rimanere sgomenti. Allo stato non si è in grado di comprendere cosa sia veramente avvenuto in questi anni e occorrerà tempo prima che si possa ricostruire il percorso attraverso il quale si sarebbe pervenuti a questa nuova era. Qualche elemento in più proviene dalla cronaca di questi giorni. I giornali hanno pubblicato dichiarazioni provenienti da Giovanni Zumbo, dal carabiniere Roberto Roccella, da Luciano Lo Giudice, che si saldano a quelle, ben più autorevoli, rese dal colonnello Giardina (ufficiale di eccezionali capacità investigative oltre che di grandissima esperienza della realtà criminale reggina) nel corso del dibattimento Meta. Egli descrive un quadro desolante, spietato, della realtà reggina e del sistema di potere mafioso e politico che l’ha governata negli ultimi dieci anni. 

Mettendo insieme i vari tasselli del puzzle, ognuno dei potentati, locali e non, riprende ordinatamente il suo posto: alcune delle logge massoniche, gli uomini delle istituzioni che manovrano Zumbo, le cosche che dominano la città, infine le menti raffinatissime, non tutte conosciute, che saldano i primi tre alla politica e alle istituzioni. Non era molto diverso ai tempi dell’omicidio Ligato, né ai tempi dell’operazione Olimpia, ma adesso c’è qualcosa di più e di diverso: un contesto più ampio, un collante che tiene tutto unito sino a formare un blocco, al momento granitico, anche se le prime crepe iniziano a intravedersi. 

Intorno a questi temi sono in gioco principi fondamentali della nostra carta costituzionale, come l’effettiva autonomia e indipendenza della magistratura, la sua reale politicizzazione, la sostanziale applicazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, la possibilità di condurre a termine il contrasto ai vertici della 'ndrangheta. Sono questi i temi su cui discutere, non l’eccessivo e scriteriato uso dei “pentiti” e delle intercettazioni. Gli uni e le altre sono fondamentali per condurre indagini mirate in tema di criminalità organizzata e corruzione, né si vede da quali altri strumenti di indagine dovrebbero essere sostituiti. Il punto semmai è un altro: la corretta gestione dei collaboratori di giustizia, l’uso mirato e non dispersivo delle intercettazioni. In ogni caso, non sono questi i fattori che possono condurre o hanno condotto allo "strapotere dei giudici sulla politica". 

* Magistrato






Angolo di umorismo.



Il capo (sedicente tale) della Brulli, Montorsi Pravettoni, interrogato dal PM Capomolla (in sottofondo) su quanto è mafioso il suo appaltatore mentre lui non ne sa niente...

Intellettuali Laureati Precari




Spezzatino giudiziario



Quelle toghe di Matera, ma anche Potenza,
 ma anche Catanzaro, ma anche Salerno...



di: Vincenzo Capomolla
da: http://toghelucane.blogspot.com


Martedì 07 Luglio 2009


Comincia con una querela al PM, l'opposizione alle archiviazioni di “Toghe Lucane”


Toghe Lucane, ma anche Calabresi, ma anche Salernitane, ma anche... Insomma toghe italiane. Qualcuno si meraviglia che il dr. Vincenzo Capomolla, sostituto procuratore a Crotone applicato a Catanzaro per prendersi cura del procedimento penale “Toghe Lucane” abbia chiesto l'archiviazione per la maggior parte degli indagati. Oggi, non quando fu chiamato ad assumere l'incarico, possiamo finalmente dirlo: sapevamo che sarebbe finita così; e non ci voleva la scienza infusa per arrivarci.   
Dopo che un paio di ministri (della cosiddetta Giustizia), un paio di Procuratori Generali presso la Suprema Corte di Cassazione, il Presidente della Repubblica, il vice-Presidente del CSM, ed una pletora di magistrati, avvocati, parlamentari, indagati, associati per delinquere ed anche per altro avevano fatto carte false per trasferire Luigi de Magistris ad altra sede proprio quando stava per definire i rinvii a giudizio di “Toghe Lucane”, beh, era così difficile immaginare che il suo sostituto sarebbe stato scelto con cura affinché risolvesse il problema? 
A dirlo un anno fa ci avrebbero subissato di querele, oggi è un'evidente ovvietà. 



Ieri un cittadino si è recato di buon'ora dal Dr. Capomolla. Da Matera a Catanzaro (300Km) ci vogliono oltre quattr'ore, superando i limiti di velocità ogni volta che la strada lo permette. Il cancelliere preposto agli atti ha subito messo le mani avanti: “il fascicolo non è ancora pronto. Torni appena dopo il ricevimento dell'avviso”. Ma un avviso, con tanto di ampi stralci virgolettati era su tanti giornali. E così insistendo e sollecitando il Procuratore Capo (Dr. Lombardo) in qualche modo l'atto di archiviazione salta fuori. Ecco svelato l'arcano. Capomolla ha spezzettato l'inchiesta in tanti piccoli e piccolissimi stralci, ciascuno con un pezzo delle 200 mila pagine originarie e delle decine di capi d'imputazione. Ed il pezzo che possiamo guardare, piccolo piccolo, è sufficiente per capire tutto il resto anche senza vederlo. 
Mancano le prove certe del reato, dice Capomolla, si chiede l'archiviazione. Per forza, signor PM, le prove che nel caso specifico sono le conversazioni fra Emilio Nicola Buccico (indagato per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari) e Iside Granese (sospettata di far parte della medesima associazione di Buccico) si trovano (forse) in qualche altro pezzettino o stralcio che dir si voglia. Ammesso che, in cotanto spezzatino, non siano andate “smarrite”. 
Forse sarà sfortunato Capomolla oppure è semplicemente disattento. Dovrebbe aver letto, fra gli atti recenti, che alcune delle parti offese avevano potuto accedere a tutto il fascicolo (quando era ancora un blocco granitico) e quindi saranno in grado di produrre le “prove” mancanti in sede di opposizione alla richiesta archiviazione. 
Certo è che una associazione per delinquere, quale era quella fra magistrati, politici ed imprenditori ipotizzata in “Toghe Lucane”, può continuare tranquillamente a delinquere proprio perché tanti magistrati di Matera, Potenza, Catanzaro e, perché no, Salerno, continuano ad ignorare persino le denunce formalmente presentate e documentate. Ma anche...

TOGHE LUCANE: Vincenzo Capomolla: Magistrato


TOGHE LUCANE: Vincenzo Capomolla: Magistrato


da: http://toghelucane.blogspot.it/2009/07/vincenzo-capomolla-magistrato.html


4 LUGLIO 2009



Vincenzo Capomolla: Magistrato

Perché Capomolla ha fatto l'opposto di quanto scriveva la Guardia di Finanza? Perchè ne aveva facoltà!
Inizia da oggi la pubblicazione delle risultanze dell'indagine che la Procura di Catanzaro (sost. Proc. Luigi de Magistris) e la Guardia di Finanza di Catanzaro, polizia giudiziaria delegata dal PM, hanno condotto nell'ambito dell'inchiesta denominata “Toghe Lucane”. È importante che i cittadini della Repubblica Italiana abbiano modo di leggere quali erano le evidenze, i fatti e gli indizi che facevano ritenere plausibile l'ipotesi di una complessa ed articolata associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari ed alla truffa aggravata ai danni dello Stato Italiano e della Unione Europea. Da qualche giorno, notizie di stampa non smentite dalla Procura di Catanzaro, sostengono che il Dr. Vincenzo Capomolla, attuale responsabile del procedimento penale 3750/03 – Toghe Lucane, avrebbe chiesto l'archiviazione per la quasi totalità degli indagati. Ovviamente, se lo ha fatto ne aveva facoltà e le eventuali ipotesi avverse avranno spazio di essere espresse e vagliate dal Giudice per le Indagini Preliminari in sede di opposizione che le parti offese potranno formulare. Per la rilevanza del caso e per l'interesse certamente non trascurabile di un'opinione pubblica che ha seguito attentamente questa vicenda giudiziaria che, per dimensioni ed estensione è certamente la maggiore di tutta la storia repubblicana, riteniamo dover favorire la massima conoscenza dei fatti e degli atti affinché si realizzi il controllo sull'amministrazione della giustizia proprio in quei passaggi in cui più delicato è il ruolo dei magistrati: quando si trovano a giudicare altri magistrati. Certamente stupisce il contrasto fra quanto dichiaravano i componenti del nucleo investigativo nella premessa di questa “informativa finale” e l'orientamento opposto che ha seguito il Dr. Capomolla nel parcellizzare e frammentare il procedimento in tanti piccoli rivoli giudiziari. Dicevano gli inquirenti: “Le risultanze relative alle investigazioni condotte nell'ambito delle vicende sopra indicate,verranno di seguito riportate, suddivise così come sopra indicato, solo per facilità espositiva, essendo le stesse, per la maggior parte, interconnesse tanto che la loro lettura va ricondotta in un quadro d'insieme”. Esattamente l'opposto di quanto ha fatto Vincenzo Capomolla. Buona lettura! 
Filippo de Lubac


Proc. Pen. n.3750/03 R.G.n.r., mod.21 cd Toghe Lucane - Informativa di polizia giudiziaria relativa all'esito conclusivo delle indagini. 

La presente informativa riepiloga il percorso investigativo seguito in relazione alla ricostruzione delle vicende oggetto di indagine nell'ambito dell'inchiesta denominata “Toghe Lucane” di cui al procedimento penale in oggetto indicato, che risulta essere l'unione di distinti procedimenti penali successivamente riuniti con provvedimento della S.V. ed in particolare i PP.PP. 1800/03, mod.44, 444/05, mod.21, 445/05 e 949/06, mod.21 (già 1812/05, mod.44). Le investigazioni in parola hanno riguardato più vicende rivenienti dallo sviluppo investigativo delle dichiarazioni fornite alla S.V. ed a questa polizia giudiziaria da numerose persone informate sui fatti, nonché dall'esame della copiosissima documentazione acquisita e sequestrata nel corso delle indagini e delle perquisizioni disposte dalla S.V. a carico di diversi soggetti nelle date del 27.02.2007, 07.06.2007 e 17.04.2008.

L'indagine, in particolare, ha trattato le vicende, suddivise per capitoli, come di seguito elencate:

CAPITOLO I: Indagini relative a condotte di magistrati in servizio c/o la Procura della Repubblica ed il Tribunale di Matera.

1.1 – 1.5 Vicenda che - ha visto coinvolta la d.ssa GRANESE Iside, Presidente pro tempore del Tribunale di Matera, il dott. CARUSO Attilio, l'avv. BUCCICO Emilio Nicola e la Banca Popolare del Materano; (dalla pagina 4 alla pagina 110)

1.6 Vicenda Mutina S.r.I.; (dalla pagina 110 alla pagina 111)

1.7 Vicenda GENERAL CAR ZITO nella quale risultano coinvolti il Procuratore della Repubblica di Matera, dott. Giuseppe CHIECO ed il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Potenza, dott. Vincenzo TUFANO; (dalla pagina 111 alla pagina 169)

1.8 Vicenda riguardante il dott. Carlo GAUDIANO e la banca delle cellule staminali, nonché l'avv. Beatrice GENCHI; (dalla pagina 170 alla pagina 198);

CAPITOLO II: lndagini di polizia giudiziaria relative a condotte poste in essere da magistrati in servizio presso la Procura della Repubblica di Potenza e Procura Generale presso la Corte di Appello di Potenza.

2.1. Vicende relative a condotte poste in essere dalla d.ssa GENOVESE Felicia, Procuratore Vicario pro tempore presso la Procura della Repubblica di Potenza, il marito della stessa, dott. CANNIZZARO Michele, l'avv. LABRIOLA Giuseppe e l'avv. BUCCICO Emilio Nicola; (dalla pagina 199 alla pagina 431);

2.2. Vicende- che hanno visto coinvolti il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza, dott. Vincenzo TUFANO, il Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza, dott. Gaetano BONOMI e la dirigente della Squadra Mobile pro tempore presso la Questura di Potenza, d.ssa Luisa FASANO; (dalla pagina 432 alla pagina 549)

2.3. Attività d'indagine relativa alla riconducibilità del Centro Genovese Camillo alla famiglia GENOVESE - CANNIZZARO e rapporti del dott. CANNIZZARO Michele con il mondo politico. (dalla pagina 549 alla pagina 576)

2.4. Vicenda relativa a condotte poste in essere dal Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza, dott. Gaetano Bonomi;

2.4.1. vicenda relativa allo scontro tra la Procura della Repubblica di Potenza e l'Arma del Carabinieri di Potenza; (dalla pagina 577 alla pagina 692)

2.4.2. rapporti tra il Sostituto Procuratore Generale di Potenza, dott Gaetano BONOMI e Dirigenti del Ministero della Giustizia, (dalla pagina 692 alla pagina 709)

2.4.3. vicenda relativa alla partecipazione del Sostituto Procuratore Generale di Potenza, dott. BONOMI Gaetano, al congresso dei Democratici di Sinistra svoltosi a Potenza il 10.06.2006; (dalla pagina 709 alla pagina 712)

2.4.4. rapporti tra il Sostituto Procuratore Generale di Potenza BONOMI e la d.ssa Luisa FASANO, Dirigente pro-tempore della Squadra Mobile presso la Questura di Potenza. (dalla pagina 712 alla pagina 754)

2.5 Esame della documentazione sequestrata al Procuratore Generale di Potenza, dott. Vincenzo TUFANO ed al Sottosegretario di Stato pro tempore, Arch. Filippo BUBBICO a seguito delle perquisizioni eseguite il 07.06.2007; (dalla pagina 754 alla pagina 769)

2.6 Vicenda relativa all'utilizzo improprio dell'utenza di servizio da parte della d.ssa Claudia DE LUCA, PM presso la Procura della Repubblica di Potenza; (dalla pagina 769 alla pagina 783)

2.7 Vicende che hanno visto coinvolto il Procuratore della Repubblica di Potenza, pro tempore, dott. Giuseppe GALANTE. (dalla pagina 784 alla pagina 827);

CAPITOLO III: indagini riguardanti il "Centro Ecologico Turistico integrato Marinagi" e condotte poste in essere da magistrati in servizio presso la Corte di Appello di Potenza

Par. 1 - 6. vicenda denominata "Marinagri" relativa alla realizzazione, anche con ingenti finanziamenti pubblici ammessi ed erogati dal C.I.P.E , del "Centro Turistico Ecologico Integrato Marinagri", attualmente sottoposto o sequestro preventivo a seguito del provvedimento di sequestro preventivo d'urgenza emesso dalla S.V. in data 10.04.2008, eseguito da questa polizia giudiziaria in data 17.04.2008 e convalidato dal G.I.P., dott. Antonio RIZZUTI con provvedimento n.101/08 R.M.R. in data 29.04.2008. In tale vicenda risultano coinvolti VITALE Vincenzo, presidente della Marinagri S.p.a. e delle sue controllate, VITALE Marco progettista e direttore dei lavori per la Marinagri nonché figlio di Vitale Vincenzo e socio della Marinagri, il dott. CHIECO Giuseppe, Procuratore della Repubblica di Matera, la d.ssa MORELLI Paola, Sostituto Procuratore della Repubblica, la d.ssa GENOVESE Felicia, Procuratore Vicario pro tempore presso la Procura della Repubblica di Potenza, il Sen. BUBBICO Filippo, la d.ssa SPITZ Elisabetta, Direttore Generale dell'Agenzia del Demanio di Roma, l'ex Colonnello) dei Carabinieri GENTILI Pietro, il dott. LOPATRIELLO Nicolino, Sindaco di Policoro, Felice VICECONTE, l'Ing. Giuseppe PEPE, il sig. Nicola MONTESANO, l'ing Massimo GOTI e diversi altri funzionari e dirigenti pubblici. (da pag.828 a pag.1179)

Par. 7. Ulteriori attività d'indagine esame della documentazione sequestrata in data 17.04 2008 (dalla pagina 1180 alla pagina 1243)

Le risultanze relative alle investigazioni condotte nell'ambito delle vicende sopra indicate,verranno di seguito riportate, suddivise così come sopra indicato, solo per facilità espositiva, essendo le stesse, per la maggior parte, interconnesse tanto che la loro lettura va ricondotta in un quadro d'insieme;

CAPITOLO IV: ... (il seguito alla prossima puntata)